Lavezzi, l’oro di Napoli

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Lui e Napoli. Vedi Napoli e pensi a Baires: è successo anche a Lavezzi, che ad ambientarsi ha impiegato poco. « E’ una città fantastica che mi ha accolto benissimo. Dal primo giorno, mi sono sentito come se fossi sta­to a casa mia. La gente è calorosa». Vive a Posillipo con la sua compagna Debora e con il figlioletto Tomas («che già gioca a calcio » ) , frequenta moltissimo Sosa ( « al quale devo sempre un grazie perché mi fatto immediatamente conoscere la città») Gargano e Zalayeta, con i quali ogni tanto si concede un’escursione a Torino, l’ex città del panterone. Ama il mare e si lascia catturare dal pesce cucinato in qualsiasi modo, possibilmente in ristoranti di Bor­go Marinari; per la pizza, senza il timore d’essere assediato dai tifosi, se ne va in zona Piazza Sannazzaro: «E’ molto diffi­cile, ma ci provo. Non è semplice visitare i monumenti, volevo vedere Castel del­l’Ovo, ma ci sono passato solo vicino. Co­munque qui si mangia benissimo » . Ieri per festeggiare la vittoria sull’Inter, pran­zo con famiglia in via Caracciolo. E ai ta­voli intorno, mezzo Napoli.

 

Lui e l’Argentina. La Nazionale, ovviamente. Il sogno dei bambini, ma anche il sogno dei grandi: «E quindi anche il mio sogno. La concorren­za è notevole, ma io punto a quella maglia». Luglio 2007, il primo Lavezzi sbarca a Na­poli e riparte per la Norvegia, infilandosi in amichevole tra le stelle d’una selezione esplosiva dalla cintola in su: « Sono felice, realizzo un’ambizione. Ma ci voglio resta­re ». L’umanissimo desiderio è una fatica di Ercole, e valgono poco gli accostamenti a Messi e quell’inizio di stagione elettrizzan­te, tutto finte e dribbling e assit: l’Argenti­na è una corazzata che ha una batteria d’at­taccanti da far paura. Ma Lavezzi insiste, resiste, non desiste, e dopo tre mesi riecco­lo con la maglietta biancazzurra a stri­sce verticali. A Los Angeles, c’è Ar­gentina- Guatemala, c’è il pocho che segna: «Ora spero di riuscire ad ar­rivare a Pechino, un appuntamento a cui non vorrei mancare. Il Napo­li può aiutarmi ed io ce la metterò tutta per farcela a conquistare la Nazionale » . Il fuoco di Olimpia arde dentro quel Lavezzi.
 

 

Lui e Reja. Reja fu il primo a difenderlo quando nel ri­tiro estivo in Austria qualcuno osò defi­nirlo più «gordo» che «loco», così come era soprannominato nell’Estudiantes per la sua esuberanza mentre in famiglia lo chiamano «Pocho» che è un vezzeggiativo e non ha al­cun significato. « Quando avrà smaltito qual­che chilo di troppo e lo vedrete giocare, ca­pirete quanto è bravo» , disse il tecnico friu­lano, che aveva visionato con Marino decine di videocassette, e dopo la strepitosa presta­zione di Udine, confessò:« In Italia faranno fatica a fermarlo, è esplosivo e imprevedibi­le. E nello spogliatoio è un ragazzo diverten­te, altro che introverso. A volte mi dà l’im­pressione di essere uno scugnizzo nato per caso in Argentina ». E lui di rimando:« Il mi­ster è molto comprensivo con noi ed anche esigente». Per Reja, Lavezzi è diventato una specie di figlioccio. Vi scherza in continua­zione ma non poteva aspettarsi il gavettone durante Napoli-Inter fattogli dal Pocho con la borraccia per stemperare la tensione. « Che figlio di buona donna» , ha replicato Re­ja, abbandonadosi ad un largo sorriso ed asciugandosi i capelli con le mani.

 

Lui e Maradona. Elementare, Ezequeiel: e Diego? Il tormen­to d’ogni argentino sbarcato a Napoli, il chiavistello per aprirli, per osservarli, per fenderne l’umore, per coglierne le emozioni, per farlo evocare o invocare. Buenos Aires, cioè Maradona, cioè la storia del Napoli rac­chiusa in sette impareggiabili stagioni ma an­che un totem per chiunque arrivi dall’Argen­tina e sbarchi al San Paolo. «Lui è il calcio, io sono semplicemente uno che corre dietro ad un pallone. Non alimentiamo paragoni, non è possibile » . Il primo giorno di Ezequeiel La­vezzi, ma anche l’ultimo ed inevitabilmente pure il prossimo: lui e Diego. « Qui si parla sempre e soltanto di Maradona, giustamente. Lo si respira nell’aria». E lo si nota ovunque: negli occhi smarriti di chi l’ha perso alla domenica allo stadio o sulla pelle d’un pocho eternamente devoto a quel talento inegua­gliabile, una sorta di divinità da tenere tatuato addosso. «Mara­dona è stato e rappresenta il calcio. Il mito di tutti quanti noi». Comprensibile, locho.

 

Lui e l’Italia. Sarà il nostro grande rimpianto » , disse il presidente Enrico Preziosi dopo che La­vezzi aveva incantato all’Olimpico contro la Roma. L’argentino era stato prelavato dal Genoa quattro anni prima, era ancora un adolescente e venne pagato un milione e mezzo di euro. Arrivò in Liguria dopo la con­quista sul campo della serie A da parte del Grifone. Vi rimase pochi giorni. Con la retro­cessione in C a tavolino, il Genoa lo rispedì in Argentina parcheggiandolo al San Loren­zo de Almagro. L’anno dopo il club di Boedo lo riscattò per un milione e mezzo di dollari. E qui Lavezzi, allenato da Diaz, cominciò a mettersi in mostra realizzando gol ma so­prattutto fungendo da guastatore a ridosso delle punte. I grossi club cominciarono ad interessarsi a lui:« Ma il Pocho non si muove da qui », esclamò Diaz. Nessuno, però, sa che Lavezzi prima di approdare a Genova era stato in prova alla Fermana del presidente Battaglioni. Era un ragazzo, aveva appena smesso con il calcio in Argentina e gli fu pro­posto di ricominciare in Italia. Fu scartato. « Troppo fumoso e inadatto al calcio italiano », sentenziarono nelle Marche.
 

 

Lui e l’Europa. «Napoli è il banco di prova più importan­te della mia carriera. Nel 2007 ho vinto lo scudetto con il San Lorenzo e sono entrato nel giro della Nazionale. Spero di migliorar­mi ancora ed arrivare con il Napoli nelle Coppe europee », disse Lavezzi appena ap­prodato a Castelvolturno, quando non im­maginava le Olimpiadi. A febbraio si è spin­to oltre:« Il primo sogno è Pechino, poi tra qualche anno c’è la qualificazione con il Napoli in Champions League » . Il Pocho è un ambizioso, proprio come piace a De Lau­rentiis. Un traguardo dietro l’altro, mai fer­marsi nella vita. « Sento che il futuro sarà nostro ed anche mio. A me piace vivere in li­bertà per il campo e credo di essere arriva­to nella squadra e nella città giusta » , ha spiegato. L’arrivismo di Lavezzi, paragona­to da Capello a Teves e da Daniel Bertoni a Bruno Conti, si sposa in pieno con il proget­to di De Laurentiis che proprio ieri ha affer­mato: « L’Intertoto? Sono pronto ad iscrivere la squadra del mio cuore dovunque vorrà partecipare. Dipende solo dai miei mo­schettieri. Ma tra qualche anno dobbiamo arrivare in Champions, altroché».

 

Fonte: Corriere dello Sport

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Giornalista sportivo, appassionato di calcio e, da sempre, tifoso del Napoli. Dal 2004 partecipo al progetto Napolisoccer.NET condividendone obiettivi e speranze, con l'unica finalità di fornire ai lettori un'informazione corretta e neutrale, scevra da pregiudizi e fuori da ogni logica di interesse. Napoletano convinto, nutro amore e passione incondizionata per "Terra mia", "Napul'è" e per la maglia azzurra.

2 Commenti

  1. C’è da dire su Lavezzi che è stat una vera sorpresa vederlo arrivare al napoli con tanti buoni propositi ma che poi ha saputo letteralmente far impazzire tutta Napoli e mezza Italia.
    Ma la mia domanda ora è:
    considerando che marino lo ha pagato poco più di 6mln di Euro quando in Italia era praticamente uno sconosciuto, dopo essersi rivelato un calciatore di alto livello anche nel nostro campionato quanto credete che valga a Giugno il cartellino di Ezequiel Lavezzi?
    Io credo almeno 15mln sen addirittura 20mln.

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