Calcio: 40 anni fa moriva Pozzo, il ct bicampione del mondo

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‘Vive nel futuro, dove l’azzurro delle maglie diventa l’azzurro dei cieli’. Cosi’ recita, nel cimitero di Ponderano, nel biellese, la scritta sulla lapide di Vittorio Pozzo, il commissario tecnico piu’ vincente dell’intera storia calcistica italiana morto il 21 dicembre 1968. L’anno, per intenderci, in cui gli azzurri vincevano il loro primo e unico titolo europeo. Dopodiche’ l’Italia avrebbe messo in bacheca due mondiali (1982 e 2006). Tre titoli in quaranta anni. Vittorio Pozzo fece altrettanto in quattro. Italia ’34, Francia ’38 piu’ il titolo olimpico a Berlino ’36. E ancora, due Coppe Internazionali, un torneo continentale durato fino al 1960 e poi destinato a lasciare il posto agli Europei. Una serie di risultati impressionante che fa degli anni ’30 il periodo calcisticamente piu’ vincente di sempre per la nazionale. Eppure Vittorio Pozzo sembra essere stato dimenticato da un mondo come quello calcistico che, riflettendo i tempi di cui e’ espressione, si muove sempre piu’ in fretta sull’onda di stimoli mediatici e spese folli. Tutto troppo veloce per potersi ricordare il brusco sergente di ferro piemontese che nel 1929, quando lascio’ la Pirelli, di cui era dirigente, per diventare Commissario unico della nazionale, pose una sola condizione: di non percepire una lira. Vittorio Pozzo era nato nel 1886 a Torino, in una famiglia biellese di condizioni economiche non troppo agiate. Aveva frequentato il Liceo Cavour nel capoluogo piemontese e studiato lingue, scoprendo ben presto nel calcio il suo destino. Aveva giocato nel Grasshoppers e nel Torino, ma anche in Francia e in Inghilterra. Uno dei primi emigranti del nostro calcio, insomma, che viaggiando per l’Europa aveva appreso i segreti di scuole calcistiche di prim’ordine, a cominciare dalla patria natale del football, l’Inghilterra. Qui aveva appreso lo spregiudicato schema tattico della ‘piramide di Cambridge’, il modulo allora in auge nel calcio inglese che prevedeva uno schieramento 2-3-5.Pozzo studio’ a fondo le evoluzioni tattiche del calcio europeo, per poi giungere alla conclusione che fosse piu’ adatto per gli italiani uno schema piu’ solido e basato sul contropiede. Era il famoso ‘metodo’, di cui il ct e’ considerato l’inventore, basato sulla figura del ‘centromediano metodista’, centrocampista arretrato a copertura della difesa. Forte delle sue esperienze internazionali, il 29 giugno del 1912 venne nominato commissario tecnico della nazionale per le Olimpiadi di Stoccolma per lasciare l’incarico dopo solo tre partite. Nel frattempo nel vecchio continente scoppiava il primo conflitto mondiale, al quale Pozzo partecipo’ nel corpo degli Alpini. La vita sotto le armi ne influenzo’ pesantemente lo stile e la durezza nel rapportarsi agli altri, giocatori compresi, senza tuttavia portarlo a eccedere in comportamenti da ‘sergente di ferro’. I racconti della battaglia del Piave furono comunque un appuntamento fisso per i giocatori costretti ai ritiri prepartita. Dopo aver partecipato alla guerra, venne chiamato per la seconda volta a guidare gli azzurri in occasione delle Olimpiadi di Parigi del 1924. Questa volta rimase in carica per 2 mesi, dal 9 marzo al 4 giugno, per poi dimettersi dopo aver guidato la squadra per cinque incontri. Poco tempo dopo perse la moglie, gravemente malata, e in seguito si trasferi’ a Milano, lavorando alla Pirelli e collaborando con ‘La Stampa’, finendo poi per assumere la guida della nazionale per la terza volta. La volta buona. Ai mondiali del ’34, disputati fra le mura amiche, gli azzurri sbaragliarono gli avversari (non senza qualche veleno da parte degli sconfitti, che parlarono di favoritismi per i padroni di casa) e trionfarono in finale contro la Cecoslovacchia. A Berlino, nelle Olimpiadi del ’36, fu di nuovo primo posto, ma il colpaccio fu ai mondiali francesi del ’38, dove il tecnico piemontese centro’ uno storico bis. Una vittoria che non poteva non caricarsi di significati extracalcistici, dati i rapporti non esattamente idilliaci tra Parigi e Roma. La Francia era all’epoca il Paese dei rifugiati antifascisti, mentre nel linguaggio del regime quella transalpina era una delle ‘demoplutocrazie’. Di li’ a un anno sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. Il saluto romano esibito dagli azzurri nella partita d’esordio a Marsiglia fu accolto da una bordata di fischi. La finale e’ contro i maestri della ‘scuola danubiana’, ovvero l’Ungheria di Sarosi e Zsengeller. I magiari furono pero’ piegati da due doppiette di Piola e Colaussi, per uno spettacolare 4-2 finale che riportava la Coppa Rimet in Italia. Pozzo e’ sul tetto del mondo. Il ct restera’ in carica fino al 1948 quando, identificato con il regime fascista caduto, venne messo da parte dopo 6927 giorni, per un totale di 97 panchine, 64 vittorie, 17 pareggi e 16 sconfitte. Da li’ seguira’ un periodo di oblio, fino alla morte avvenuta nel 1968. Durante la costruzione del nuovo stadio di Torino in occasione dei mondiali del ’90, qualcuno proporra’ di dedicare il nuovo impianto al vecchio ct bicampione del mondo, ma si preferira’ optare su una meno impegnativa intitolazione alle Alpi. Eppure Pozzo rimane tutt’ora il piu’ titolato ct della storia azzurra, l’unico ad aver vinto due mondiali, peraltro consecutivi. Un’impresa irrepetibile? Marcello Lippi spera proprio di no.

 

fonte:agi



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