Lavezzi: “La Champions sarà con questa maglia”

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Artisti. Come disse una volta Jorge Valdano pensando a Garrincha, a Romario, a Rivaldo e ovviamente a Maradona, «artisti che non saprebbero spiegare quello di cui sono capaci, ma lo fanno». Ebbene, Ezequiel Ivan Lavezzi appartiene a quella razza. Perché come quegli altri con un pallone al piede va oltre il segno, il limite, il normale. Perché anch’egli ha guizzi e danze che generano dribbling, finte, accelerazioni che schiavizzano il pallone e mortificano chi sta dall’altra parte. Un artista, Lavezzi detto El Pocho, di quella premiata scuola d’Argentina che sta invadendo tutto il mondo con i suoi talenti. E che sta infiammando Napoli che fu di Maradona. La città. «Qui mi sento come in una terra sacra. Voglio starci e voglio fare tanti gol», dice. In questa «terra sacra», Lavezzi ci mise piede per la prima volta il 5 luglio del 2007, esattamente 23 anni dopo il grande Diego. Ci arrivò accompagnato da un’odiosa diffidenza. La stessa che lo seguiva come un ombra quend’era al San Lorenzo, dove pure aveva saputo farsi rispettare. Quindici mesi dopo, invece, Lavezzi è celebrato. Ha saputo conquistare Napoli che l’ha elevato a nuova icona azzurra del pallone. Il contratto. E giura amore eterno, il Pocho. «Il mio futuro lo vedo italiano. Di più: lo vedo, continuo a vederlo napoletano. Se Champions ci sarà, sarà col Napoli», racconta dopo l’ennesima prodezza. E lo racconta quasi imbarazzato. Perché il Pocho, contratto già allungato d’un anno e ora in scadenza a giugno del 2013, senza palla al piede non è quel tipo sfrontato che l’avversario teme e il campionato apprezza. No, fuori del campo Lavezzi parla poco. Ciondolante, un po’ curvo nelle spalle, gli occhi perennemente bassi fila via con la speranza di non essere osservato. Il tifo. Impossibile. Perché la sua faccia da scugnizzo sudamericano appartiene ormai alla gente. E l’abbraccio della gente a volte è pure esagerato. «Quando sono per strada, mi riconoscono subito e in cinque minuti mi ritrovo in mezzo a cento persone. Una volta per andare via da Castelvolturno sono stato costretto a nascondermi nel bagagliaio di un’altra auto. Roba da film», racconta tra lo stupito e il divertito. «In un anno – ammette con orgoglio – ho firmato più autografi a Napoli che in tutta la mia carriera». Lo stadio. È qui, sul prato, che Lavezzi si sente più sicuro. Lui, il pallone e l’avversario. Ma anche la più piacevole delle sensazioni. «Il San Paolo è la cosa più emozionante che abbia mai vissuto. La prima volta che ho sentito la gente urlare il mio nome è stato fantastico. Cantavano Pocho-Pocho e mi sembrava un sogno. Ho saputo che non facevano un coro così dai tempi di Maradona. È stata una sensazione straordinaria. Da quel momento la maglia azzurra è antrata nel mio cuore», confessa allontanando le sirene di Spagna e d’Inghilterra. Il futuro. «Non ho in programma viaggi», dice. E liquida così tutti i sussurri che lo vorrebbero interessato alle proposte del Chelsea e anche del Tottenham. Oppure agli occhiolini del Real Madrid. Niente da fare. «Non ho in programma viaggi», ripete. Anche se, nonostante il contratto ancora lungo e «resistente», forse la faccenda un po’ d’ansia al Napoli la mette. L’allenatore. Certo non la mette a lui, che a Napoli e nel Napoli si sente l’uomo più libero del mondo. «Sì, mi piace essere libero, andare dove va la palla e qui mi trovo bene perché Reja è l’allenatore giusto. Lui mi permette di fare quello che voglio in campo», afferma. Anche se in verità nella notte di Lisbona Reja lo tirò via dal campo per indisciplina. Tattica, si capisce. Le vittorie. Ma è capitato una volta sola. Vince, infatti, il conto dei buoni ricordi. E dei successi. «Da quando sono a Napoli, nella mia mente ne ho fissati tre: quelli contro l’Inter, la Juve e il Milan. Anche perché so che battere queste squadre da sempre è molto importante per il tifo azzurro». Maradona. Una lezione imparata in fretta, questa. Così, infatti, diceva anche Maradona. E nella storia recente di Lavezzi un posto d’onore è riservato proprio a Diego. «Conoscerlo, abbracciarlo, ricevere i suoi complimenti fu una felicità», ricorda il Pocho. Notte di maggio. Notte romana. Notte di solidarietà. La partita del cuore e sul prato dell’Olimpico dalla stessa parte Lavezzi e Maradona. «Io difensore, lui trequartista». E alla fine, nel nome del Napoli, un ideale passaggio di consegne. Il Pocho erede del Pibe? Sì. Perché erano quasi vent’anni che nessuno riusciva ad eccitare la fantasia della gente così come sta facendo lui. La Nazionale. Il Napoli, ma non solo. Dopo l’oro di Pechino nei pensieri di Lavezzi, c’è pure l’idea fissa delle Seleccion. L’obiettivo del Pocho sono i Mondiali sudafricani del 2010 e il mezzo per arrivarci è la camiseta azzurro Napoli. Sono i riflessi argentini di tutto quanto saprà fare e conquistare qui a passo di cumbia. Il ballo. Un passo, due, tre. È la cumbia il ballo con il quale il Pocho fa festa dopo un gol. Musica popolare, danza colombiana nata sulla sabbia e a piedi nudi. Come a piedi nudi o quasi Lavezzi aveva cominciato la sua avventura di ragazzo d’oro del pallone. Un pallone, uno spiazzo per affinare il piede anche l’istinto di campione che porta disegnata sul corpo la sua storia. I tatuaggi. Sono diciannove e dicono tutto di Lavezzi. Lo dicono a colori. Le origini, le squadre dove è stato, gli amori, il figlio, l’immancabile Diego Maradona, la medaglia vinta ai Giochi e anche una pistola. Sul fianco. Dal significato ancora incerto. È il Lavezzi azzurro, questo. Il campione che studia da Pibe e al quale la città s’è già legata. Perché il Pocho stimola la fantasia e promette grandi cose, certo, ma anche perché era davvero troppo tempo che al calcio di Napoli mancava un nome, un idolo, un campione vero. Insomma, un altro scugnizzo argentino per sognare.

Il Mattino



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