Le vele spiegate al Madrigál

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Non è la speranza a muovere ventidue gambe, né è l'attesa di un trionfo a gettare un popolo nello specchio delle proprie passioni. Deve esserci una ragione più ignota e più segreta per la quale accettiamo lucidamente di soffrire. Di sederci di fronte a ciò che per novanta minuti assomiglia sempre più fedelmente all'origine di tutte le nostre paure, scagliateci contro dalle attese, dalle notti insonni, dai cori nostalgici. Per entrare nel gotha delle sedici regine europee, Napoli, Villarreal e i lontani Citizens gireranno sul filo di un diabolico incrocio degli eventi e il pari partenopeo potrà consolare gli animi degli undici del Golfo solo per un pugno di minuti, fino a quando gli echi inevitabili dell'Ethiad Stadium rimbalzano e riverberano nella conca del Madrigal come una marcia tetra nel cuore dei partenopei, costringendoli tutti, ineluttabilmente, a vincere. Allora, quando gli spettri della sconfitta si presentano all'unisono di fronte alla compagine azzurra in maniche argentate – e a qualche milione di vite che pendono solo dalle labbra di questo incontro – ciascuno sa che dovrà guardare negli occhi delle proprie sofferenze.
Il Napoli teme se stesso prima ancora del flebile avversario amarillo. Freme ma rimane immobile, prova il passo ma i tendini sono fermi, intirizziti e arroventati da un fascio di nervi bloccati. Anche il padre padrone che suona la carica dalla panchina è andato via, strattonando incosciente un avversario, sotto gli occhi di un incredulo direttore di gara. I giocatori guardano il suo posto vuoto e sembrano smarrirsi nella scura provincia del Castellón. Non c'è verso di vincerla. Tocca allora ad uno dei figli scovare la luce coraggiosa e sufficiente a dirigere i compagni aldilà del proprio terrore. Il suo illustre conterraneo col numero Dieci, qualche tempo addietro, per squarciare la cappa mortifera che pesava sugli occhi dei napoletani sfiduciati, decise di palleggiare con un'arancia tra le panche degli spogliatoi per sciogliere i nodi nell'animo dei propri amici. Ezequiel non ha lo stesso piede di velluto, ma porta il medesimo sorriso sbilenco in viso, quello che irride ma non offende, che offre una gioia incosciente per poi nascondere la mano. Prende ago e filo e tesse un'anima gigantesca alla squadra. Il telecronista britannico, che pure spera in una disfatta azzurra, non può fare a meno di intonare le lodi al dio del calcio quando Lavezzi sguscia, torna indietro e risguscia, mentre la palla gli si lega al collo del piede tra selve di gambe spagnole. La offre solo quando serve, quando il dado è già tratto, quasi a instillare goccia a goccia la fiducia e la gioia nel ventre degli azzurri intorpiditi, finché i due goal nella rete di un impotente Diego Lopez, da lontano e da vicino, sembrano una naturale appendice dell'argentino in maglia partenopea, che non ha mai ceduto al disincanto e alla disperazione. Il cantore del divertimento piu forte della paura di giocare.
La paura. Deve esserci una ragione più segreta per la quale, una notte, quando ogni comando sembra smarrito, decidiamo di dispiegare le vele da troppo tempo ammainate, per lasciarci inghiottire dal mare e raggiungere lidi nuovi. Decidiamo di ripagare la paura con la moneta del sorriso. Ci facciamo strada sotto i riflettori, teutonici o iberici, al servizio della vita, fiduciosi che il canto di un soldato ci scaldi finalmente il cuore. Ci sarà una ragione. La stessa di quel soldato. L'amore.
 
Raniero Virgilio – Napolisoccer.NET

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Giornalista sportivo, appassionato di calcio e, da sempre, tifoso del Napoli. Dal 2004 partecipo al progetto Napolisoccer.NET condividendone obiettivi e speranze, con l'unica finalità di fornire ai lettori un'informazione corretta e neutrale, scevra da pregiudizi e fuori da ogni logica di interesse. Napoletano convinto, nutro amore e passione incondizionata per "Terra mia", "Napul'è" e per la maglia azzurra.

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