Vamos, Fernández!

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Sulle panche allineate dietro le quinte dell'Allianz Arena, i cori giungono chiari alle orecchie e agli stomaci dei calciatori già da ore. Usando ostentata tranquillità, l'allenatore cede il controllo del centro della difesa ad un esordiente, con la stessa autorevolezza del padre che affida le chiavi di casa al figlio più giovane. Fernández non padroneggia tutto l'italiano che vorrebbe, ma mastica quello necessario. Il prato verde di Monaco e' gia' spazzato dalle voci di migliaia che forse gridano anche per lui, in un idioma che avrebbe voluto avere il tempo solo di conoscere un po' meglio. Succede che i tuoi vent'anni scalpitino per iniziare i novanta minuti che hai sempre desiderato e sul campo ti accompagni per mano "Miedo" – la "Paura" – che pare avere un suono quasi ammaliante in Argentina. La paura insedabile di non poterti districare tra i "taglia", "rientra", "copri", "chiudilo", "lasciala" che passano e toccano il tuo orecchio. La paura che le gambe corrano, ma la lingua chieda tempo e si fermi.
Il destino di un giovane rincalzo è quello di convivere costantemente con l'irriducibile timore di essere lì solo per necessità, perché altri non hanno potuto fare altrimenti. Allora Fernández aguzza vista e udito, segue gli avversari che gli sfuggono e violano per ben tre volte la sua porta. Le chiavi di quella difesa si fanno pesantissime, le parole dell'allenatore che si sbraccia a bordo campo quasi versi incomprensibili. Sulla fascia destra, pronto a calciare, c'è un compagno che parla il suo stesso spagnolo delle Ande. Quasi in un codice che conosce da sempre, gli fa segno con la coda dell'occhio di spingersi in fondo, lontano, ultimo e nascosto. Fernández è già volato qualche minuto prima ad incornare più alto di tutti, ma lo statuario portiere teutonico non se ne avvede. Non ha paura di un giovane e sconosciuto difensore.
Quando tutti avranno tentato invano, sarà di Fernández l'ultima fronte a colpire quella palla tesa, prima che un docile e sapiente pallonetto faccia il suo festante ingresso in porta. Le chiavi della difesa sembrano per un attimo più leggere. Il giovane argentino ha giusto il tempo di correre qualche metro, sciogliere la sua lingua e gridare a se stesso il suo conforto. Dalla bocca gli esce il più classico dei "Vamos!", la lingua sua e del suo compagno. La lingua che ancora lo fa sentire per le strade di Tres Algarrobos.
Non serve a vincere. Ma almeno a camminare. Anche dalle sue parti, infatti, suona il detto: "Fai ciò che devi. Accada ciò che può." 
 

 

 

Raniero Virgilio – Napolisoccer.NET

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