Napoli: l’arte della fuga

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Come per qualunque avvenimento caotico, le storie del calcio seguono andamenti non lineari e assumono comportamenti assai poco prevedibili. Accade cosi' che il racconto inizi sotto voce e, guadagnando forza e vigore con il tempo, cambi le proprie ambizioni in corsa, quasi costringendo i suoi protagonisti a guardarsi dentro nel tentativo di capire di che pasta si e' davvero fatti.
Il Napoli di Mazzarri in questi giorni non sta semplicemente onorando un calendario sportivo: le sue imprese calcistiche stanno prograssivamente lasciando il posto alla costruzione di una nuova memoria collettiva, di un nuovo racconto del quale tutti gli spettatori sentivano il profondo bisogno – come se ne sente di acqua tra le dune del Maghreb del potente Yebda.
Gli avvenimenti di ventuno anni fa – stesso aprile incerto, stessi colori cangianti, stesso Renato Dall'Ara – sono il ricordo della nostra storia piu' viva condotta con forza dai riconosciuti eroi dell'epoca – i calzettoni di Alemao, i muscoli pronti e taglienti di Careca, l'imponderabile piede di Maradona. Ma non esiste evoluzione, non c'e' futuro se qualcuno non agguanta il coraggio a due mani per scovare una strada alternativa, un racconto nuovo che possa aggiungersi al vecchio, con il rispetto dovuto ai padri ma anche l'incosciente decisione di chi sa che potrebbe commettere un sacrilegio. Bisogna, infatti, avere il coraggio di soppiantare parzialmente cio' che e' stato per puntare il dito verso la meta nuova, la nuova terra promessa. Ed ecco che il gioco del pallone assume le tinte del fenomeno culturale, propone una miriade di spunti di riflessione fino a dimenticare di essere solo un gioco e divenire teatro aperto, per tutti noi poveri mortali, che non chiediamo altro che venire cullati dai nostri ricordi in uno stadio stracolmo.
Il Napoli archivia una partita esterna, a una manciata di match dal termine, quasi con la disinvoltura di chi non aspetta altro che di passare alla prossima mano e vedere chi ha i punti piu' pesanti al tavolo. E mentre spariglia i giochi di chi bluffa, si accinge a disegnare una nuova memoria, fatta da un diverso trio di eroi, un gioco differente dal precedente, atleti pronti a recitare copioni moderni.
Quella del Napoli di oggi e' piu' di una normale e classica fuga: assomiglia di piu' ad una fuga barocca, come quelle degli altari della Chiesa di Santa Chiara del centro storico, dove il tema di fondo della vittoria, il riscatto e, soprattutto, la felicita', passa per il ghigno gioioso di Cavani, confinato in tribuna, e muta milioni di volte nelle nostre teste e nei nostri occhi. Abbiamo visto El Pibe de Oro infilare di giustezza il portiere, o Lavezzi inventare il tacco nel mezzo dell'area avversaria? Non lo sapremo mai. Ma questa e' l'arte che stavamo aspettando.


Raniero Virgilio per Napolisoccer.NET

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