Sarri è in confusione, la squadra è il suo specchio. E viceversa

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sarri_3.5.2017

Il Napoli e il suo tecnico sono lo specchio l’uno dell’altro. Serve uscire dalla confusione.

Il Napoli che esce con le ossa rotte dalla doppia sfida contro Juventus e Feyenoord – due sconfitte diversamente dolorose – parla anche di un Sarri in piena confusione comunicativa. L’allenatore partenopeo nel giro di meno di sette giorni ha manifestato una serie di contraddizioni, nelle tre conferenze stampa cui è stato obbligato, che ne evidenziano un momento di appannamento che si rispecchia nella squadra. O, se vogliamo rovesciare le cose, perché si può anche farlo senza perdere ragione, un momento di confusione della squadra che si rispecchia nelle dichiarazioni del tecnico.

Cominciamo col dire che quella del Feyenoord, per ammissione di Sarri, doveva essere la partita in cui dimostrare di essere diventati grandi, perché “i grandi cadono e si rialzano”. E allora il Napoli è ancora molto piccolo, tanto più se le ragioni della sconfitta devono risiedere nel “condizionamento eccessivo causato dalle notizie provenienti dall’Ucraina”. Un brutto modo di spiegare una sconfitta, comprensibile forse, ma davvero di livello basso per una squadra arrivata ai livelli del Napoli degli ultimi anni. Il Napoli ha gettato, con le redini mollate a Rotterdam, una cifra oscillante tra 500mila e 1milione e mezzo di Euro, somme destinate al club per un pareggio o una vittoria, oltre che la testa di serie per l’Europa League

Sarri ha quantomeno ammesso, nel dopogara, le difficoltà nella fase offensiva che stanno portando il Napoli a non essere più pericoloso nonostante la mole di gioco creata: qualcosa che aveva accennato anche dopo Napoli-Juve. Peccato però che, poco più di ventiquattr’ore prima, nella conferenza stampa pregara a Rotterdam, aveva risposto decisamente stizzito a un collega che gli chiedeva se era preoccupato per questa “inattesa crisi offensiva” che aveva portato il Napoli a segnare tre goal in quattro partite. “I problemi li create, non ci sono”, aveva sbottato Sarri, snocciolando poi i numeri dei 27 mesi precedenti, cui sembra aggrapparsi come un bambino che si tiene alla scaletta perché ha paura di buttarsi in piscina.

C’è poi la questione della rosa corta e della sua gestione. Al termine di Napoli-Juventus Sarri ha affermato di non avere alternative in panchina, criticando in modo aspro Ounas e affermando che “non ci sono ricambi”. Ieri però ha chiarito una volta per tutte la sua idea di gestione della rosa, sostenendo che per lui “l’80% di un giocatore da 10 è 8, mentre il 100% di un giocatore da 7 è 7”, spiegando così perché con lui giocano e giocheranno sempre i migliori anche in cattive condizioni, delegittimando in un colpo la panchina, il mercato, e cancellando la possibilità che ogni altro calciatore possa accettare di venire a fare la riserva in questa squadra, che sembra ormai vittima di sé stessa e di quel patto di spogliatoio siglato qualche mese fa. Un patto che, evidentemente, non consente di modificare gerarchie neanche in un momento di forma tanto scarsa come quello attuale. 

Una squadra che, sul campo, sembra iniziare a smarrire la fiducia faticosamente costruita in un anno e mezzo: il Napoli è nel momento di umore più basso dalla partenza di Higuain. E ha affrontato la Champions League con presunzione, sottovalutando lo Shakhtar e giocando le sfide contro il City come se fossero un ottavo di finale: tensione al massimo e prestazioni sfiancanti da perdere quattro punti nelle successive gare di campionato. Per poi “passeggiare” con la testa al campionato in tutte le altre quattro partite, sempre perché ammesso da Sarri ieri sera, e non per speculazione giornalistica.

Con tutti i pregi e gli elogi – meritatissimi – fatti e da fare al Napoli per quanto mostrato, c’è anche da avanzare la supposizione che ci sia il rischio di aver fatto nascere un “mostro” che ora si guarda allo specchio e non si riconosce più. Perché non riesce più materialmente a fare in campo, vuoi per abilità degli avversari, per stanchezza, o per un calo di fiducia dovuto agli infortuni, quello che ha sempre fatto. 

Insomma, l’idiosincrasia che si è creata tra la squadra e il tecnico è tanto più bella se le cose vanno bene quanto pericolosa se le cose cominciano a prendere una piega negativa.
Intendiamo dire che forse non è poi così semplice discernere se è Sarri ad essere in confusione, cosa che rende la squadra poco performante, o se è la squadra ad essere in confusione, cosa che rende Sarri poco brillante davanti ai giornalisti al punto da contraddirsi in modo evidente nel giro di un giorno. Il pericolo è che lo siano entrambi e che continuino a dirsi che le cose vanno comunque bene: le parole di Mertens, almeno, sembrano andare in direzione incoraggiante.

In questa situazione serve però di certo qualcuno capace di analizzare lucidamente le cose, e Sarri sicuramente lo è, ma anche qualcuno capace di comunicare in modo altrettanto lucido all’esterno, e Sarri ha dato prova di avere molte difficoltà nel farlo. Gli screzi, per non dire scazzi, con i giornalisti nelle ultime conferenze stampa fanno persino comprendere la scelta del Napoli di evitare al tecnico gli incontri con la stampa ogni qual volta possibile.

La preoccupazione sincera, accompagnata dall’altrettanto sincero augurio che le cose volgano al meglio già contro la Fiorentina, non è che il Napoli non “impugni di nuovo la sciabola” come il suo allenatore si è detto volenteroso di fare anche dopo una brutta sconfitta, ma che alla sciabola non sappia alternare il fioretto e la spada, col rischio di andare a sbattere sistematicamente contro lo stesso muro. O, ancor più semplicemente, che i prossimi assalti vedano lo stanco ripetersi di qualcosa che, evidentemente, non gira più come dovrebbe. In campo e fuori



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