5 cose che abbiamo imparato da #Euro2016

0
351

euro 2016 franciaSi sono chiusi ieri sera i campionati Europei di Calcio del 2016 con la sorprendente vittoria del Portogallo. Approfondiamo cinque elementi che hanno portato spunti di riflessione in questo mese di partite.

 

1) Si vince anche senza top player (almeno con le nazionali)
Lo ha dimostrato il Portogallo ieri, perdendo CR7 dopo pochi minuti. Ma lo hanno dimostrato anche l’Islanda e, in parte minore, l’Italia. Non serve avere grandi giocatori in squadra senza una minima organizzazione, altrimenti si fa la fine che ha fatto il Belgio. O la Spagna o l’Inghilterra. Una rosa fatta di soli nomi, senza un’anima creata dal proprio selezionatore o, quantomeno, da uno spirito collettivo, non arriva lontano. E non è un caso se le storie più belle di questo Europeo sono state scritte proprio da formazioni ritenute outsider alla vigilia.

 

2) Ha vinto il Portogallo, poteva vincere l’Italia
La fortuna che ha accompagnato i lusitani alla vittoria, arrivata anche attraverso organizzazione difensiva, strenuo combattimento e convinzione in una “occasione storica” (vedi cosa titolava la stampa portoghese nei giorni scorsi, ndr) non può che riportare alla mente le parole di Antonio Conte. L’Italia è andata molto più vicina a vincere gli Europei di quanto dica l’eliminazione ai Quarti, perché il progetto tecnico prevedeva ciò che è avvenuto: colpire nelle debolezze i propri avversari e sperare, almeno un po’, contro squadre di portata superiore. Ci ha condannato il sedicesimo rigore, ed era prevedibile: l’Italia difficilmente avrebbe perso partite. Altrettanto difficilmente avrebbe potuto vincerne tante. Proprio come il Portogallo.

 

3) Il tabellone della fase finale è stato pensato (?) da un folle
Se il Portogallo ha avuto la chance di giocarsi la finale, oltre che per propri meriti, è anche perché qualcuno alla Uefa ci ha capito poco – forse quasi nulla – nella costruzione del tabellone della fase finale. Il sorteggio ha praticamente separato sui due lati tutte le nazionali accreditate dei favori del pronostico, quelle con più storia, e tutte le outsiders sull’altro.
Così se su un versante c’erano Italia, Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, dall’altro si sono ritrovate Belgio, Portogallo, Galles e Croazia, tutte con avversarie apparentemente abbordabili. Se la formula a 24 squadre ha aggiunto fascino a una competizione “stanca”, chi ha poi portato l’organizzazione di tale formula alla fase finale avrebbe potuto fare scelte più oculate.

 

4) La globalizzazione calcistica ha “distrutto” le nazionali
È una frase forte, ma necessita spiegazioni: dalla legge Bosman in avanti, e con l’apertura delle frontiere, la possibilità per i club di schierare giocatori provenienti da tante nazionalità diverse ha completamente disintegrato i “blocchi” sui quali si fondavano le nazionali. Ne consegue, ora, che tali compagini spesso vedono i calciatori che poco o nulla si conoscono gli uni con gli altri, a totale discapito della fluidità di gioco e della spettacolarità delle partite. Quei pochi selezionatori che avevano idee – magari poche ma lucide e ben definite – sono riusciti a dare l’impressione di un vero gruppo che scendeva in campo. Gli altri sono naufragati nelle possibilità tecniche dei singoli, Deschamps incluso.

 

5) Non esistono più i grandi centravanti Europei
Il continente che ha sfornato Gerd Muller, Paolo Rossi e Marco Van Basten non ha più dei centravanti di primo piano a livello internazionale. Lo stesso Cristiano Ronaldo si è adattato, mentre i vari Giroud, Pellè, Lewandowski, Lukaku non hanno certo brillato per brillantezza realizzativa. Discorso a parte per la Germania, che ha patito l’assenza di Mario Gomez prima e dopo il suo infortunio contro l’Italia, e l’allontanamento dalla porta di Thomas Muller, giocatore forse assopito dal Guardiolismo nella conclusione a rete. Fatto sta che una certa – apparentemente catastrofica – previsione di un possibile schema 4-6-0 annunciata da Jonathan Wilson nel suo “La piramide Rovesciata” sembra essersi avverata proprio in questi Europei 2016. Per scarsità di risorse, forse, più che per scelta. Ma non pare un caso che i più grandi centravanti contemporanei – da Higuain a Cavani, passando per Suarez, Aguero e Neymar – siano tutti sudamericani.

 

Alberto Francesco Sanci – Redazione Napolisoccer.net



LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here