Marino: “Gli esperti di calcio? Sono i neolaureati che mi scrivono”

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«I peggiori sono quelli che vanno in tv, gli ex addetti ai lavori»
Il dg azzurro giudica la competenza sportiva dei tifosi napoletani
Il calcio è materia per tutti. Lo è ancor di più in una piazza appassionata come quella napoletana, dove ognuno discute di tattica e fuorigioco, dove dal bar all’aula universitaria si sprecano opinioni, critiche e analisi sul Napoli calcio. La squadra, la società oggi capaci di portare allo stadio sessantamila tifosi per una partita di Intertoto e di coinvolgere altri novantamila ad attivare la smart card Sky per vedere la stessa gara in pay per view, è oggetto del più ampio dibattito pubblico degli ultimi tempi. E’ il calcio globale, evidentemente. O forse soltanto un’euforia contagiosa per il ritorno in Europa dopo quattordici anni di sofferenza. Si parla di calcio a prescindere, spesso si sente tutto e il contrario di tutto. Il direttore generale del Napoli, Pierpaolo Marino, che tra gli esperti di calcio è sicuramente tra i più accreditati, assiste e un po’ si diverte.
Ma insomma direttore Marino, questi tifosi del Napoli di calcio ne capiscono oppure no?
«Se una persona viene allo stadio per due volte, nel suo immaginario è convinto di sapere di calcio. Ne parla con gli amici, al bar. Dà giudizi, anche. Accade perchè il calcio è sicuramente un gioco di facile approccio e di facile interpretazione. E poi non esiste una laurea nel calcio. Coverciano non è un’università vera. Dunque, facile da parte di un ingegnere contestare la costruzione di un palazzo ed essere ascoltato come voce autorevole. Difficile nel calcio dimostrare l’oggettività. Certo ci sono regole, ma è quasi tutto opinabile. Altra cosa è il calcio applicato alla gestione di un’azienda. Lì bisogna sapere di cosa si parla. Pochi hanno l’umiltà di capire che se si fanno delle scelte, anche impopolari, queste sono frutto di meditazione, di riflessione di chi quotidianamente è alle prese con milioni di euro veri. Il fantacalcio è altra cosa».
Lei, tanto per cominciare, come è diventato un esperto? Ha avuto maestri? E quali?
«Ho cominciato a frequentare quest’ambiente all’età di sei anni. Mio padre, dirigente a livelli minori, mi ha avvicinato a questo mondo. Ho avuto la fortuna di vivere lo spogliatoio, di capire certi meccanismi che puoi comprendere solo se li vivi dal di dentro. Poi, certo, sono stato al fianco di Franco Landri, di presidenti come Sibilia, Allodi, Ferlaino, Pozzo. Tutti grandi uomini di calcio che mi hanno formato. Dall’uno e dall’altro acquisivo ogni volta quel pizzico di esperienza in più che mi ha fatto poi da bagaglio. Come gestione aziendale, ricorderò sempre l’esperienza ad Avellino con Sibilia che aveva grosse difficoltà e per due anni ho fatto il presidente e il direttore. Senza soldi e con una grande responsabilità».
Dai suoi maestri ai suoi eredi. Ne vede già qualcuno all’orizzonte?
«Non saprei, per ora non mi pongo questo problema. I miei due figli sono coinvolti in questa avventura. Ma non come lo ero io con mio padre. Non c’è abbastanza applicazione, passione. E forse, oggi, mi auguro che proseguano i loro studi e si affermino in altri settori ».
Decine di tv locali, altrettante trasmissioni radiofoniche. Dibattiti anche in ambienti diversi da quelli sportivi. Lei ascolta?
«No. E per una scelta ben precisa. Intanto, molti degli opinionisti che calcano i salotti televisivi sono persone che utilizzano quel canale per colpire il nostro operato, criticando ogni scelta della società. Il più delle volte si tratta di ex calciatori che poi non hanno brillato come allenatori. O anche di persone che hanno fatto il mio mestiere senza però avere fortuna. Ex addetti ai lavori di periferia che pretendono di parlare con la gente, di dare suggerimenti. Non credo che possano dare consigli seri alla nostra società. A volte è più proficuo ascoltare le voci di giovani laureati che mi scrivono».
Che cosa le chiedono?
«Mi indicano nomi di giocatori a volte sconosciuti ai più, mi suggeriscono settori di mercato. Mi esprimono la loro opinione sui nomi che leggono sui giornali ».
E lei che fa?
«Sono gli unici che ascolto».
E che altro le dicono?
«Spesso sono ragazzi preparati, mi indicano strategie amministrative per la gestione della società ».
Insomma, meglio la gente comune che gli addetti ai lavori?
«A volte sì. C’è più schiettezza e a volte anche maggiore informazione ».
De Laurentiis di calcio sapeva ben poco fino a quattro anni fa. E’ cresciuto nella sua orbita? Cosa gli ha insegnato?
«Il presidente è una persone molto umile, come tutti i grandi del resto. Quando ha scelto di abbracciare questo progetto e di affidarlo a me, mi ha dato carta bianca. Un po’ come quando ci sia affida a un medico, a un avvocato. Appoggiando le sue scelte, aspettando il maturare degli eventi. Lui ha investito dei soldi, sapeva di non poter guidare da solo una Ferrari. Mi ha lasciato fare e soprattutto ha osservato tanto. E’ una persona intelligente, gli devo dire grazie mille volte ».
Ascoltate poco le voci della piazza e parlate anche poco. Una strategia decisa a tavolino?
«Quando siamo arrivati a Napoli, con una società fallita e una squadra azzerata, sapevamo di dover affrontare lo scetticismo della gente. Tifosi delusi che temevano di trovarsi di fronte a un’altra avventura delle tante. Il tumore che aveva aggredito il Napoli doveva essere sì estirpato, ma bisognava evitare anche che sopraggiungessero metastasi. Allora De Laurentiis ha acquisito i diritti di immagine e anche di voce della squadra. Non potevamo consentirci di farci condizionare da questo o quell’umore popolare. Così era stato in passato, quando i tanti oratori che ci sono a Napoli, i commentatori, gli opinionisti si guadagnavano spazi importanti grazie alla debolezza della società. Noi abbiamo un altro motto: andare avanti per la nostra strada, magari sbagliando ma facendo tesoro degli errori».
Fonte: Monica Scozzafava – il CorrieredelMezzogiorno.it
 

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